Senza la critica letteraria non esisterebbe crescita e nemmeno evoluzione del pensiero. Lo spirito critico esiste per favorire lo sviluppo di almeno tre fattori: metamorfosi, progresso e innovazione. Ed è proprio in virtù di questi elementi che desidero riportare la vostra attenzione sul Canone Letterario, uno dei temi che più ha infiammato il confronto e le discussioni di moltissimi critici della letteratura.

Ne ho parlato a grandi linee nell’articolo Cos’è la letteratura?, ma la riflessione che ruota intorno a questo argomento è talmente vasta da non potere essere liquidata in poche righe e per sommi capi. Così ho pensato di riprendere la questione e di affrontarla più diffusamente nelle seguenti righe.

Canone o biblioteca?

Definire quali autori e quali opere debbano essere inseriti nel Canone è, per lo più, un problema di carattere accademico. Quali sono infatti gli autori e i testi che devono essere letti dagli studenti? E perché proprio quelli? 

Come dice Uberto Motta, possiamo definire canonici quei libri e quegli autori «che non si consumano, che nel tempo e nello spazio rivelano per intero la propria ricchezza, il proprio valore formativo» e che «una cultura, una civiltà, tramite un processo di selezione autorizzato da parametri estetici e ideologici condivisi, ritiene indispensabili, obbligatori per la definizione della propria identità».

Nella nostra epoca, globale, complessa, multietnica, il discorso intorno al canone diviene ancora più complicato, soprattutto dopo la nascita dei Cultural Studies, che utilizzano e combinano una serie di approcci critici politicamente e socialmente impegnati, tra cui si annoverano, solo a titolo esemplificativo, il postmodernismo, il marxismo, il postcolonialismo, l’etnografia e la teoria femminista. Come si può intuire, questo nuovo approccio critico generato dai Cultural Studies non solo osserva gli autori presenti all’interno del Canone da una prospettiva molto diversa da quella tradizionale – la quale tende principalmente a sottolinearne il valore estetico – ma chiede la revisione e l’ampliamento del Canone stesso con l’intento di inserire al suo interno «tutte le possibili voci, e sfumature e minoranze della storia, passata e presente».

Ma cosa accadrebbe se inserissimo nel Canone anche tutte queste voci? Potremmo ancora considerarlo Canone? Ovviamente no, diventerebbe più corretto a quel punto parlare di Biblioteca o di Repertorio, ma il valore e il significato sarebbero molto diversi. 

Bisogna infatti domandarsi quale sia l’oggettiva differenza tra testi che veicolano valori universali, come Shakespeare ad esempio, e testi che, invece, assumono il valore di testimonianza antropologica o sociale, veicoli di una visione parziale e transitoria del mondo.

Il canone occidentale

La polemica di Harold Bloom

Harold Bloom, critico letterario americano e professore alla Yale University, pubblica Il Canone Occidentale – uno dei saggi più importanti in relazione al dibattito sul Canone – nel 1994. Nel suo libro Bloom difende il concetto di Canone Occidentale rispetto al punto di vista di quella che lui identifica come la Scuola del Risentimento, cioè di coloro che appartengono alle scuole dei Cultural Studies e stila un elenco degli autori che dovrebbero necessariamente essere inclusi nel Canone. 

«La critica culturale» ci dice Bloom, e si riferisce alla critica fatta dagli esponenti dei Cultural Studies, «è l’ennesima deprimente scienza sociale, ma la critica letteraria, essendo un’arte, è sempre stata e sempre sarà un fenomeno elitario. Fu un errore credere che la critica letteraria potesse diventare la base dell’istruzione democratica o del miglioramente sociale. Quando le nostra facoltà di letteratura inglese o di altre lingue rimpiccioliranno fino ad avere le dimensioni delle nostre attuali facoltà di studi classici, cedendo le loro funzioni più grossolane alle legioni degli studi culturali, forse saremo in grado di tornare allo studio dell’inevitabile, a Shakespeare e ai suoi pochi pari, che, in fin dei conti, hanno inventato tutti noi».

Le parole di Bloom possono sembrare eccessive, soprattutto da chi, estraneo al mondo accademico, in particolare a  quello statunitense, non sente la pressione di determinate conseguenze. Quello che Bloom cerca disperatamente di dire è che la vera funzione di Shakespeare, Cervantes, Omero o Dante, consiste nell’aumentare la «propria crescente interiorità», di conseguenza diviene necessario insegnare in modo più selettivo, scegliendo con cura gli autori da leggere. Perché politicizzare gli studi letterari, come tentano di fare gli esponenti dei Cultural Studies, è non solo dannoso, ma giunge persino a negare la supremazia estetica di determinati autori e opere.

Come avrete intuito, il discorso sarebbe molto ampio e meriterebbe di essere ulteriormente indagato e approfondito. A prescindere da quale sia il nostro personale schieramento, si presta a continui e serrati ragionamenti. Tuttavia, mi piacerebbe mostrarvi qualcosa di altrettanto interessante. Mi riferisco alla selezione degli autori operata da Bloom all’interno del suo saggio. 

I ventisei autori del Canone Occidentale

Al centro del Canone Occidentale, superiore a qualsiasi altro autore, Bloom colloca Shakespeare

«Shakespeare e Dante sono il centro del Canone perché superano tutti gli altri scrittori occidentali in termini di acume cognitivo, energia linguistica e capacità inventiva» scrive Bloom, tuttavia la differenza tra Dante e Shakespeare è che il primo supera tutti gli altri scrittori «nel sottolineare una suprema immutabilità in ciascuno di noi, una posizione fissa che dobbiamo occupare in eterno», mentre il secondo «mette in risalto una psicologia della mutevolezza». Shakespeare riesce in qualcosa di straordinario: inaugura «la rappresentazione dell’autocambiamento tramite la capacità di origliare se stessi», proprio come accade ad Amleto.

Il drammaturgo inglese, inoltre, è libero da qualsiasi ideologia così come lo sono i suoi personaggi: non ha nessuna teologia, nessuna etica e poca teoria politica. Nondimeno, la sua peculiare dote risiede nella capacità di rappresentare la mutevolezza delle personalità e del carattere umano e di trattare la materia freudiana, molto prima di Freud.

Vediamo ora, quali sono i ventisei autori scelti da Bloom per comporre il suo Canone Occidentale:

  1. William Shakespeare
  2. Dante Alighieri
  3. Geoffry Chauser
  4. Miguel Cervantes
  5. Michel de Montaigne
  6. Molière
  7. John Milton
  8. Samuel Johnson
  9. J. W. von Goethe
  10. William Wordsworth
  11. Jane Austen
  12. Walt Whitman
  13. Emily Dickinson
  14. Charles Dickens
  15. George Eliot
  16. Lev Tolstoj
  17. Henrik Ibsen
  18. Sigmund Freud
  19. Marcel Proust
  20. James Joyce
  21. Virginia Woolf
  22. Franz Kafka
  23. Jorge Louis Borges
  24. Pablo Neruda
  25. Fernando Pessoa
  26. Samuel Beckett

Per concludere, potrebbe valere la pena di domandarsi cosa possiamo trarre da questa riflessione che ha messo in mostra un evidente contrasto tra due schieramenti: quello dei,  chiamiamoli, “conservatori” e quello di coloro che aspirano ad aprire il Canone, modificandolo in Biblioteca. Personalmente, sono dalla parte dei “conservatori”. Forse per via della mia formazione, forse perché ogni volta che leggo un classico (non per forza di uno degli autori segnalati da Bloom) mi rendo conto della differenza abissale che c’è con altri testi. Questo non significa che non si debba o non si possa leggere altro. Vuol dire solo essere consapevoli delle proprie scelte, rendersi conto di come alcuni autori e alcune opere possano cambiare profondamente il nostro mondo interiore, mentre altre sono semplice intrattenimento.

Ciò su cui è importante riflettere, però, non è solo cosa preferiamo leggere prima di andare a dormire, ma quali sono le opere che devono essere trasmesse alle nuove generazioni tramite la scuola e l’università. La pluralità può essere un grande valore, ma il pluralismo, invece, come ci ricorda Raimondi, genera insicurezza e minaccia di ridurre l’identità dell’individuo a un insieme di frammenti. 

Bibliografia di approfondimento

Uberto Motta, La letteratura e la scuola. Canone o Biblioteca?

Ezio Raimondi, Dalle parole alle cose: leggere e osservare, in «Lettere Italiane», 50, 1998

Harold Bloom, Il canone occidentale

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Il canone occidentale

di Harold Bloom

Edizione: Bur

Quali sono i testi e gli scrittori su cui la civiltà occidentale ha edificato la sua letteratura? Come conciliare il gusto personale con il bisogno di condividere un patrimonio comune? Da Dante a Shakespeare, da Molière a Goethe, da Cervantes a Tolstoj, Harold Bloom ha individuato ventisei autori, prosatori e drammaturghi che non si può non conoscere e dedica loro pagine di studio diventate un patrimonio straordinario. Opera profondamente personale, controversa, discussa, letta in tutto il mondo, “II Canone occidentale” è un saggio sui classici diventato, a sua volta, un classico degli studi letterari.
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